PRODUZIONI · Fuejs
 
 

 

Fuejs (Foglie)
di Pier Paolo Pasolini

 


a cura di Luciano Roman
musica di Alessandro Grego
soprano Simonetta Cavalli
fisarmonica Sebastiano Zorza
clarinetto Nicola Bulfone
contrabbasso Franco Feruglio


 
TEATRO
 
 



Con il patrocinio del
Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa

I testi del monologo sono tratti da Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini (Edizioni Guanda). Pasolini canta una porzione del Friuli, dei Friulani e della loro cultura attraverso squarci di vita, profumi, silenzi. L'animo delle persone, dei luoghi, le atmosfere, i paesaggi sono qualcosa di profondo che Pasolini è riuscito a cogliere dalla natura del territorio che ha abitato da ragazzo, e che ai nostri occhi non sembra essere mutato. Lo spettacolo racconta un'immagine poco conosciuta di Pasolini, cercando negli scritti del "Paese di temporali e primule" la sua esistenza poetica, lontana dai clamori e dalle contaminazioni che lo vedranno protagonista dei fermenti culturali della Roma degli anni '60 e '70. Un soprano solista darà voce alle poesie in lingua friulana della raccolta "Tal Còur di un Frut” (Nel cuore di un fanciullo). Nel canto e nel recitato nessuna nostalgia, nessun canto di morte, ma anzi una spinta emotiva ancora maggiore in un percorso di conoscenza di una terra e di un popolo forse, per tanti versi, ancora sconosciuto persino a sé stesso e che attraverso Pasolini si fa conoscere e acquisisce identità.

Luciano Roman



Pier Paolo Pasolini, forse già dal maggio 1944, quando aveva 22 anni e viveva nella terra friulana “di temporali e di primule”, scrisse il dramma I Turcs tal Friùl. Un piccolo gioiello di drammaturgia, da epos popolare, che documenta una lucida scaltrezza di scrittura dialogata, per molti versi sorprendente.
Non poteva trattarsi dunque di un fiore nel deserto, cioè dello sbocciare improvviso di una sensibilità teatrale da esordiente già genialmente maturo. Presupponeva un interesse più vasto e rodato, anche come abitudine alla visione dal vivo, di cui quel testo era una sorta di punto di arrivo e un coagulo sintetico di temi e stilemi verbali e in versi, da riversare in oralità, qui di una intera comunità di paese.
Di questo necessario sottofondo preparatorio molti ignorano l’esistenza. E del resto, sulla drammaturgia pasoliniana, anche quella delle tragedie in italiano e in versi, esplose nel 1966 a seguito di una immobilità forzata per malattia, grava ancora il pregiudizio della letterarietà, dello sforzo a tavolino e dunque della sostanziale inerzia scenica. Come se Pasolini, dall’alto dei prodigi delle sua sapienza letteraria e della sua vasta conoscenza culturale, si fosse autoimposto per volontà la scrittura dialogica e come se, nell’insieme del suo fluviale laboratorio, quel genere in lui fosse poco efficace e per molti aspetti minore.
Nulla di più erroneo, invece, come dimostrano anche le tante e folgoranti riletture teatrali che, dopo la morte di Pasolini, hanno prodotto i più grandi maestri della regia contemporanea (Ronconi, Pressburger, Castri, Latella, De Capitani), capaci, ognuno secondo la propria sensibilità e il proprio stile di scena, di valorizzare la fertilità di quella drammaturgia.
Essa si assesta perciò al centro, non ai margini, dell’interesse creativo di Pasolini, come un codice comunicativo con cui esorcizzare l’ossessione di un assorbente monologo interiore e da praticare, anche a fatica, nella sua specificità linguistica e come una sfida permanente, con gli attori, poco amati se di mestiere, e con l’artigianato, inevitabilmente polveroso, della pratica materiale.
E’ una centralità che trova un suo archetipo simbolico nel fatto che il primo testo con cui il giovane Pasolini appare in pubblico, nel 1938, è il dramma La sua gloria, premiato al concorso studentesco Ludi Juveniles di quell’anno. E ancora, a riprova di una tensione forte e precoce per la messa in scena della parola, valgono anche i tre quadri dialogati in versi per “Il Setaccio”, la rivista della GIL.
Poi, vennero gli anni di Casarsa. Ma anche lì, in mezzo all’infuriare della guerra, mentre fiorisce la scrittura lirica in casarsese, compaiono degli schizzi drammaturgici, come “Dialoghi” in friulano, una sorta di sospesa proto-drammaturgia originaria, incunaboli progettati intorno al nucleo di base dello scambio verbale a due e in una lingua sentita incontaminata e anch’essa archetipica. Per questi ultimi abbozzi, si tratta di esercizi, da collocare tra il 1942 e il 1944, di cui il Centro Studi Pasolini di Casarsa, grazie anche al fondo lasciato dai coniugi Ciceri e costituito nel 2000, conserva la preziosa traccia autografa.
Piace pensare che, in Friuli, Pasolini fosse anche concreto promotore di iniziative pratiche di spettacolo, come nell’agosto 1944 con un “Meriggio d’arte”, che, con gusto incline alla contaminazione, intrecciava un programma alternato tra musiche dal vivo, canti corali di villotte e recitazione di dialoghi, fino alla chiusa commovente e pensosa della “Prejera”, già apparsa nello Stroligut di quell’anno e poi riversata nell’incipit dei Turcs.
Poi, nel 1949, la “mitica” stagione casarsese si arrestò, bruscamente e traumaticamente. Pasolini si avviò altrove su tante e diverse esperienze di vita e di scrittura, ma continuò ad essere tentato con intermittenza dal teatro, almeno fino all’altezza della fine degli anni ’60, anche come curioso spettatore di spettacoli di avaguardia (Bene, il Living, Grotowski) e nel 1968 perfino come regista di se stesso, con la messinscena di Orgia (peraltro sfortunatissima) per lo Stabile di Torino. Ma quanto teatro non continuò ad occhieggiare anche nell’attività cinematografica? Insomma, i conti con Pasolini, anche quello teatrale, sono sempre aperti, anzi rilanciati dal corpus di un’opera e di una vita che insistono a parlare al presente e a lasciar trapelare il perturbamento di preveggenti, scomode verità. In linea con questo ininterrotto passaggio di testimone, come un lascito di eredità cui accostarsi con ansia investigativa, si colloca anche lo spettacolo Fuejs, che non vuol essere un omaggio rituale al genio che non c’è più, ma un’indagine sul suo enigma anche friulano e, attraverso lui, sull’inverno del nostro scontento, ancora coi temporali ma senza più lucciole e primule.

Angela Felice
Direttrice Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa


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